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Principio di Uguaglianza e Diritti Civili

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I diritti civili sono diritti riconosciuti a tutti i cittadini di uno Stato in quanto tali. Sono riconosciuti dall’ordinamento giuridico come fondamentali, inviolabili ed irrinunciabili. Non possono subire alcuna limitazione poiché assicurano all’individuo la possibilità di realizzare pienamente sé stesso.

In parole più semplici, i diritti civili sono l’insieme delle libertà individuali di cui deve godere ogni singola persona: il diritto alla vita, alla libertà di pensiero e d’espressione, alla cittadinanza, a non essere tenuto in schiavitù, a non essere sottoposto a nessuna forma di tortura, alla sicurezza personale.

Si definisce uguaglianza “quando i diritti di tutti gli uomini sono uguali, senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni“. Questo principio si trova alla base di tutte le costituzioni democratiche moderne.

Nella Costituzione italiana l’uguaglianza è sancita tra i principi fondamentali all’Art. 3, che recita: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

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Ma questo diritto, in Italia è sempre stato riconosciuto?

In passato, in Italia c’era lo Statuto Albertino.

Lo Statuto Albertino fu proclamato il 4 marzo 1848 dal re di Savoia Carlo Alberto. Il testo è rimasto in vigore fino al biennio 1944-1946, nel momento in cui l’Italia con un referendum scelse la forma di governo repubblica, abbandonando la monarchia.

Fu quindi sostituito con la Costituzione, che entrò in vigore il 1 gennaio 1948 ed è presente ancora oggi.

L’uguaglianza è sancita in entrambi oppure no?

Nello Statuto Albertino sono presenti 9 articoli in cui vengono riconosciute libertà fondamentali come libertà di stampa, d’opinione, inviolabilità di domicilio e diritto di uguaglianza. Quest’ultimo è presente nell’articolo 24 che recita:

Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici e sono ammissibili alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi.

Il diritto di uguaglianza riguardava un riconoscimento formale in uno Stato fondato sul suffragio ristretto al 2% della popolazione. L’ampiezza dei diritti poteva essere limitata per legge o per ragioni di polizia e pubblica sicurezza. Anche se con dei limiti, la “tolleranza” proclamata dallo Statuto permise il riconoscimento dei diritti civili e politici alle minoranze religiose.

Nella Costituzione invece, l’uguaglianza è garantita all’Art. 3, che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Nel primo comma viene sancita l’uguaglianza formale, secondo cui la legge è uguale per tutti e non vi devono essere discriminazioni di sesso, religione, opinione politica. Nel secondo comma è sancita l’uguaglianza sostanziale, secondo cui la legge deve prevedere norme speciali a favore delle categorie più deboli. La Costituzione, quindi, impegna la repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali intervenendo attivamente per fornire ai soggetti più deboli i mezzi per esercitare i propri diritti.

Allo scopo di garantire i diritti umani e l’uguaglianza nel 1945 è nata l’Organizzazione delle Nazione Unite.

Essa è un’ unione di 193 Stati, la cui adesione ha carattere volontario. I suoi obiettivi principali sono il mantenimento della sicurezza internazionale, la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, la promozione della crescita economica, sociale, culturale e della salute pubblica internazionale.

Eleanor Roosevelt  con in mano la dichiarazione universale dei diritti umani

Nel 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, un codice etico in cui sono indicati i diritti inviolabili di ogni individuo.

È composta da un preambolo, in cui è sostenuta l’importanza del rispetto dei diritti umani, e 30 articoli suddivisi in 4 macro-aree:

  1. PRINCIPI FONDAMENTALI: libertà, uguaglianza, non discriminazione;
  2. DIRITTI CIVILI E POLITICI: vita, divieto di schiavitù e tortura, libertà di pensiero, religione, voto;
  3. DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI E CULTURALI: lavoro, riposo, istruzione;
  4. NORME DI CHIUSURA;

Uno dei diritti civili garantiti dalla dichiarazione è il diritto di voto.

Ma, in Italia, quante persone si avvalgono di questo diritto?

Il tasso di astensionismo, ovvero il fenomeno per cui, in una votazione, le persone aventi diritto di voto non esprimono il proprio voto, è molto elevato. Vediamo qualche dato.

Analizzando un grafico Istat relativo agli anni 2015-2020, riguardante l’affluenza al voto alle elezioni regionali in Italia, è possibile notare che ogni anno circa la metà degli elettori si è astenuta dal diritto di voto. Allo stesso tempo però, dal 2018, la percentuale di astenuti è diminuita, arrivando circa al 40%, un valore comunque molto elevato.

Ma, a tal proposito, quali potrebbero essere le cause di questo astensionismo?

Esistono tre tipi di astensionismo:
Astensionismo tecnico-elettorale: causato da un’insufficiente chiarezza riguardo ai processi elettorali e a problemi organizzativi, come il recapito in ritardo dei documenti necessari a votare;
Astensionismo fisiologico: causato da motivi personali legati alla salute, che portano la persona a non votare per motivi personali.
Astensionismo per sfiducia e protesta: causato da mancata fiducia nella politica e nel potere decisionale del singolo.
In Italia dagli anni ‘70 e ancora oggi, prevale l’astensionismo per sfiducia e protesta, causato dalla sempre più crescente diffidenza nei partiti e nella democrazia.

Ma cos’è la democrazia?

La democrazia è forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico. La democrazia può essere diretta, quando il popolo esercita direttamente il potere, oppure indiretta, quando il popolo esercita il suo potere attraverso rappresentanti eletti dal popolo.

L’Italia è una repubblica democratica dal 2 giugno 1946, quando la monarchia fu abolita attraverso referendum e l’Assemblea costituente venne eletta per redigere la Costituzione, promulgata il 27 dicembre 1947 e in vigore dal 1º gennaio 1948.

Fu solo nel 1946, che si iniziò a parlare di più uguaglianza tra uomo e donna e fu concesso il diritto di voto alle persone di sesso femminile.

Il 2 giugno di 74 anni fa le donne furono chiamate a votare per la prima volta. In pratica furono considerate cittadine al pari degli uomini solo alla fine della Seconda guerra mondiale. La loro prima occasione di voto non fu però il referendum del 2 giugno 1946, bensì le amministrative di qualche mese prima con una affluenza femminile che oltrepassò l’89%. Furono circa 2 mila le candidate che vennero elette nei consigli comunali. La medesima partecipazione massiccia ci fu anche per il referendum monarchia-repubblica.

Le donne elette a redigere la Costituzione furono 21 su 226 candidate, pari al 3,7%. E’ alla socialista Lina Merlin che si deve la menzione specifica della parità di genere contenuta nell’Art. 3 della nostra Carta. Si trattava di una totale novità per l’Italia, in un clima anche di scetticismo, tanto che un noto quotidiano nazionale, in vista del votò, consigliò alle elettrici di non presentarsi alle urne con il rossetto per non lasciare impronte sulle schede.

Oggi, in Italia, al fine del raggiungimento della parità tra sessi sono state create le “quote rosa
Le “quote rosa” sono uno strumento mirato a garantire la parità di genere in ambito lavorativo. In Italia sono in vigore dal 2011 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società quotate in borsa e di quelle a controllo pubblico.

Le quote di genere stabiliscono una percentuale obbligatoria di presenza di entrambi i generi nelle attività lavorative, per garantirne una rappresentazione paritaria. Questa condizione, infatti, spesso manca nel mondo del lavoro e spesso si vedono le donne sottorappresentate rispetto agli uomini. Da qui il modo comune di chiamare le quote di genere, “rosa”.

Nel nostro paese il sistema di quotazione è regolamentato dalla legge Golfo-Moscadel 2011. La norma prevede che il genere meno rappresentato nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate in borsa e delle società a controllo pubblico ottenga almeno il 30% dei membri eletti.

Alla sua entrata in vigore la legge fissava la quota al 20%, portata poi al 30% nel 2015. A dicembre 2019, un emendamento alla legge di bilancio 2020 ha prorogato le disposizioni previste dalla Golfo-Mosca, che sarebbe altrimenti scaduta nel 2022, e innalzato la quota di genere al 40%. Dall’entrata in vigore della legge, la percentuale di presenza femminile è aumentata nei cda delle società quotate in borsa e di quelle a controllo pubblico. In particolare, le prime nel 2019 hanno raggiunto quota 36,3%, oltre la soglia del 30% stabilita per legge. Le seconde invece registrano una crescita più limitata, con il 28,4% di donne nei cda, a circa 2 punti percentuali dalla quota prevista.

Osservando le società singolarmente, il rapporto sottolinea che sono poche quelle dove la presenza femminile è cresciuta oltre la quota stabilita. Solo il 14% delle società ha superato di almeno un’unità il minimo di donne richiesto nei cda.

Per quanto riguarda invece le società non soggette all’obbligo delle quote, non si registra alcuna influenza positiva della legge. La presenza femminile nei cda è infatti aumentata in misura molto limitata negli anni, raggiungendo solo il 17,7% nel 2019.

Complessivamente, possiamo quindi dire che il sistema delle quote di genere fatica, a oggi, a spingere verso un miglioramento della presenza femminile nel mondo del lavoro che vada al di là dei limiti imposti per legge e che favorisca anche un cambiamento sociale e culturale dell’immagine della donna, in ambito lavorativo e non.

Valentina Mattioli, 5A RIM

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