Il 26 gennaio 2020 uno dei più grandi giocatori dell’NBA, Kobe Bryant, è morto in un incidente d’elicottero con la figlia Gianna e alcune sue compagne di squadra; anche lei stava infatti seguendo le orme del padre giocando a basket
Il nonno di Bryant era di origini italiane e il giocatore conosceva molto bene la nostra lingua; in un’intervista aveva detto anche che, per insultare gli arbitri, usava sempre l’italiano perché loro non lo capivano. Era sposato con Vanessa, con la quale ha avuto 4 figlie, delle quali una era proprio Gianna; le altre sono Natalia, Bianka e Capri.
Possiamo solo immaginare il dolore che la scomparsa dei due membri della famiglia abbia portato. In un’intervista presso un’altra testata, Vanessa parla così della figlia scomparsa: “Gigi era molto competitiva come suo padre, ma aveva una grazia bellissima. Il suo sorriso occupava tutto il suo viso, proprio come il mio. Kobe diceva sempre che ero io. Aveva il mio fuoco, la mia personalità e il mio sarcasmo, ed era tenera e amorevole all’interno.
Aveva la risata migliore. Era contagiosa. Era pura e genuina. Era molto simile a suo padre e ad entrambi piaceva aiutare le persone a imparare cose nuove e padroneggiarle. Erano grandi maestri… Non riesco a immaginare la vita senza di lei”.
Sempre nella stessa intervista, riferendosi al marito, dice: “Kobe mi amava più di quanto potessi mai esprimere a parole. Era carismatico, un gentiluomo. Era amorevole, adorante e romantico. Ha sempre detto alle ragazze quanto fossero belle e intelligenti. Ha insegnato loro come essere coraggiose e come andare avanti quando le cose si fanno difficili. Kobe ha sempre detto a Bianka e Capri che avrebbero giocato a basket.Ora non avranno il papà e la sorella qui per poterle insegnare a giocare… E questa è davvero una perdita che non capisco”.
Kobe è sempre stato un grande esempio per tutti. Per ricordarlo, voglio riportare anche le parole di Chris Bosh, un suo compagno di squadra, anch’esse provenienti da un’altra testata giornalistica: “L’obiettivo era quello di essere il primo a fare colazione, così mi sono assicurato di svegliarmi all’alba, mi sono alzato dal letto, ho indossato l’attrezzatura e mi sono diretto al piano di sotto; quando sono arrivato, Kobe era già con le sacche di ghiaccio sulle ginocchia, fradicio di sudore. Mi ci è voluto un minuto per capirlo, ma questo ragazzo non era solo sveglio prima di me, si era già allenato”. L’episodio narrato era avvenuto a pochi giorni dal fallimento nel campionato di NBA. Prosegue Bosh:
“mi ha segnato qualcosa che non ho mai dimenticato: le leggende non sono definite dai loro successi, ma da come si riprendono dai loro fallimenti.”
Quest’anno sono due anni dalla perdita di Kobe, e ho voluto scrivere di lui per ricordarlo e portarlo sempre in alto e nei nostri cuori.
Sara Grechi, 4 A sia