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Il dirigente Frojo: «La DaD non basta, scuola è avere a che fare con i ragazzi»

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Come sta affrontando il Casale la sfida del coronavirus nell’anno del centenario? Quali sono le prospettive per il futuro? Il giornale del Casale lo ha chiesto al dirigente scolastico Elda Frojo.

Negli anni passati lei è stata una docente qui, com’è stato il ritorno da dirigente?

«All’inizio un po’ strano, ma bello, per me è stato come un ritorno a casa. Ho insegnato tanti anni qua ed era la scuola dove volevo essere, per cui e stata la mia novità positiva in quest’anno. E’ vero che il ruolo cambia, ma i colleghi che conoscevo bene e i nuovi professori che ho incontrato mi hanno fatto rivivere un ambiente vivo. I colleghi che mi conoscevano sin da prima si aspettavano che potessi avere un atteggiamento da collega, ma è chiaro che, cambiando ruolo, ognuno deve mantenere il proprio: l’amicizia è una cosa, il lavoro un altro».

Che progetti ha in mente per il nostro istituto?

«Alcuni sono legati al centenario, anche se siamo frenati dal coronavirus, altri invece riguardano la sperimentazione di nuove curvature dei nostri corsi, come “Bioarchitettura e design” per i vecchi geometri. Andiamo avanti con il “MusiCasale”, seppure nella modalità a distanza, perché è impossibile organizzare adesso in presenza non sapendo a che punto dell’epidemia saremo nelle prossime settimane».

Se dovesse scegliere un difetto e un pregio della nostra scuola, quali sarebbero?

Casale Vigevano Dirigente Scolastico - Elda Frojo
la prof.ssa Frojo

«Un difetto è che a volte si fa fatica, da parte di alcuni docenti, a staccarsi da ciò che si è sempre fatto per aprirsi a ciò che si potrebbe fare. La vita cambia, la scuola cambia, il mondo cambia e quindi dobbiamo cambiare anche noi per poter continuare a crescere e migliorare stando al passo coi tempi. In compenso però nel Casale ci sono stati tantissimi innesti di insegnanti più giovani, più attivi, che hanno portato aria nuova. I pregi sono tanti, nel senso che è una scuola in cui si riesce a fare lezione e a divertirsi, una cosa per me importante, perché la scuola dev’essere un luogo nel quale ci si trova bene: la visione dello studio solo come “sofferenza” va superata, si apprende anche stando bene, sentendosi a proprio agio, e persino nei momenti ludici. Non è necessario passare 57 minuti di lezione a interrogare o spiegare, a volte s’impara dialogando. Inoltre il Casale, anche in periodo di pandemia, è riuscito a stare sul pezzo. E’ una scuola che si adegua abbastanza in fretta ai cambiamenti».

Perché ha voluto fortemente che il Casale tornasse ad avere un suo giornale scolastico?

Perché il Casale è una comunità e nelle comunità si fa presente anche al resto del mondo chi siamo, che cosa facciamo, e volevo che fossero gli studenti a descriverlo. Trovo che sia un’esperienza molto educativa quella di un giornale che insegna ai ragazzi a raccontarsi e a raccontare

Il Casale quest’anno ha compiuto cent’anni, quali sono le tre sfide principali che l’istituto deve affrontare per restare al passo coi tempi?

«Una l’abbiamo già affrontata e la stiamo affrontando ed è quella di una migliore innovazione tecnologica. La seconda è una palestra in più, perché l’attività sportiva è importante e infatti abbiamo rinnovato quella attuale. La terza sfida che il Casale deve perseguire è mantenere l’offerta formativa e adeguarla ai tempi, senza necessariamente introdurre nuovi corsi e aumentare il “disordine”, ma lavorando all’interno di questi».

Viviamo un’epoca particolare e per questo motivo le scuole sono state chiuse e si è introdotta di nuovo la DaD. Lei cosa ne pensa?

«Si tratta di uno strumento indispensabile per avere un minimo di collegamento con gli studenti, mai avremmo potuto pensare che questo periodo sarebbe durato così a lungo. La DaD in sé non mi dispiace, anzi spero che l’anno prossimo, in una situazione di normalità, possiamo in qualche modo trarre insegnamento da questa esperienza; per esempio i sabato di rientro potrebbero essere fatti in DaD, evitando spostamenti e difficoltà di spostamento con i mezzi».

Lei come la sta vivendo?

«Non benissimo. Da un certo punto di vista il lavoro cambia: si accentua la parte burocratica, amministrativa, l’attesa dei decreti per capire cosa puoi fare col personale. Cerco di mantenere viva l’attenzione sulla didattica: ogni tanto partecipo a qualche progetto, quindi vedo un po’ cosa fanno i ragazzi»

però non è il miglior periodo per nessuno tra quanti lavorano nella scuola; il senso della scuola è avere a che fare con i ragazzi

Corridoio scuola Luigi casale
Corridoio scuola Luigi casale

Secondo lei, per una buona preparazione degli studenti, è meglio la DaD o la didattica in presenza?

«Sicuramente la didattica in presenza. La DaD è uno strumento fantastico, ma è complementare e non sostitutivo. Molto dipende anche dall’età degli studenti: quelli più grandi sono più autonomi, hanno già acquisito un metodo di studio, per cui, anche se vengono seguiti a distanza, ce la possono fare; i più piccoli hanno bisogno di un supporto che non sempre la famiglia è in grado di garantire».

Dal suo punto di vista come l’hanno vissuta gli studenti e come, ancora adesso, la stanno vivendo?

«Molto male, perché quando c’era il 50% in presenza erano sovraccaricati di verifiche; e a maggior ragione adesso che è al 100%, perchè ho la netta sensazione che i ragazzi stiano pagando molto caro questo periodo di crisi, forse più degli altri, a causa della mancanza di momenti di aggregazione»

La scuola, anche a mezzo servizio, era un modo per stare insieme, per avere momenti di socialità, che per gli adolescenti sono fondamentali. Mi sento di poter dire che quelli che apprezzano la DaD sono coloro che vivono ormai la situazione in modo rassegnato

Casale Vigevano - Aula docenti

Come la affrontano i docenti, li vede provati?

«Alcuni prof si sono aggiornati, inventano modi per stare vicino ai loro alunni e cercano di trovare nuove modalità; altri non ce l’hanno fatta più di tanto e si illudono di replicare a distanza l’attività che si fa in presenza, ma non è tanto efficace come sistema. Nel complesso devo dire che, dal mio punto di vista, i docenti ce l’hanno messa davvero tutta. Come scuola si sono fatte diverse iniziative per cercare di stimolare i ragazzi, di far sentire loro la vicinanza della scuola, per questo non mi piace dire che la scuola è chiusa: la scuola non ha mai chiuso, è sempre stata accanto a loro».

Crede sia possibile immaginare di chiudere questo anno scolastico o di iniziare il prossimo con una festa rivolta a tutta la comunità scolastica?

«Quest’anno la vedo dura, onestamente. Mi impegno però, appena sarà possibile, a organizzare una festa dove finalmente potremo stare tutti assieme».

Finito questo momento di pandemia, sarà possibile fare viaggi d’istruzione anche all’estero?

«Certo. L’importante è che finisca, altrimenti, se non potremo andare all’estero, staremo in Italia, anche facendo viaggi brevi».

Giulia Beretta, 3A SIA

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